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Dottorato in Epidemiologia: Romá macedoni e kosovari che vivono in “campi nomadi” in italia

Stato di salute e condizioni di vita per bambini dai 2 ai 5 anni di età

epistomologia
25 ottobre 2005, di Lorenzo Monasta

COMPENDIO
La ricerca epidemiologica che coinvolge popolazioni marginali in società urbanizzate deve affrontare due sfide importanti: le popolazioni vivono spesso in gruppi relativamente piccoli emolto dispersi e le loro caratteristiche, condizioni e bisogni sono generalmente definiti da persone esterne, spesso in modo inesatto. In Italia, più di diciottomila rom stranieri, migrati da Paesi dell’Est Europa, vivono segregati in “campi nomadi” in situazioni estremamente precarie. Un campione di cinque campi di rom kosovari e macedoni, comprendente 167 bambini da zero a cinque anni d’età provenienti da 137 famiglie, è stato selezionato per questo studio. La ricerca si è concentrata sulle priorità espresse dai residenti stessi: la salute dei loro bambini e come questa fosse influenzata dalle condizioni di vita nei campi.
Lo studio ha confermato le preoccupazioni dei genitori rom. Ha rivelato una prevalenza d’asma piùalta di quella documentata in bambini italiani, un’alta proporzione di casi di diarrea e bronchite e una notevole percentuale di bambini nati sotto peso. Ha mostrato, inoltre, come alcuni fattori ambientali incidano su diversi aspetti della salute dei bambini, e come questa situazione sia spesso aggravata dai lunghi periodi vissuti al campo. Fattori associati in modo significativo all’asma, la diarrea e la bronchite sono il sovraffollamento delle case e dei campi, la presenza di ratti, la presenza d’acqua stagnante, le condizioni strutturali delle abitazioni, il difficile accesso ai bagni, l’uso di fornelli e stufe a legna e la presenza di fonti d’inquinamento industriale nelle vicinanze.
Pur senza finanziamenti e nonostante l’esigua base numerica, questa tesi dimostra che la ricerca quantitativa tra minoranze disperse in piccoli gruppi può fornire dati significativi, utilizzabili dalle comunità stesse per generare processi di cambiamento, a patto che la ricerca sia disegnata a partire dalle priorità espresse dalle comunità. 

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