Figli del Ghetto. Gli italiani, i campi nomadi e l'invenzione degli zingari
Il testo integrale del libro di Nando Sigona disponibile in pdf
L'oggetto di questo libro di Nando Sigona (Nonluoghi, 2002) non sono i Rom, ma il nostro modo di interagire con loro; l'uso strumentale che facciamo di categorie quali nomadismo e stanzialità; i campi e il loro obbrobrio architettonico ed umano. I campi li facciamo noi, i nostri architetti, ingegneri, geometri, assessori, e sono una rappresentazione architettonica di come noi vediamo loro, gli zingari. Rappresentazione certo, ma non priva di conseguenze per chi le subisce e vi cresce dentro. Qualcuno si ostina a chiamarli "figli del vento", ma è del ghetto che sono figli.
Prefazione a Figli del Ghetto
di Piero Colacicchi
“Il pregiudizio è un’opinione che non si fonda sul giudizio”. Così Voltaire inizia la voce Pregiudizi nel Dizionario Filosofico, per concludere: “E tutto ciò durerà fino a che i nostri vicini […] non cominceranno a comprendere che la stupidità non serve a nessuno, e che la persecuzione è una cosa abominevole”.
Oggi, e si potrebbe dire da sempre, la vita dei Rom dipende da opinioni senza giudizio, generiche e prive di fondamento: da pregiudizi anche sciocchi che però hanno portato, e portano tuttora, a persecuzioni abominevoli.
Eliminare le opinioni infondate e far smettere le persecuzioni dovrebbe essere compito primario di ognuno di noi, ma non è sempre facile: certo non lo è quando questi pregiudizi, divenuti senso comune, sono stati anche approvati dagli “uomini di scienza” – sociologi, psicologi, antropologi, storici, medici – e hanno così ottenuto la patente di verità. In questo caso il lavoro da farsi diventa difficile. Bisogna saper offrire testimonianze inconfutabili, fatti concreti e precisi ed una documentazione scelta con rigore e presentata nel modo più chiaro possibile.
E questo è ciò che fa nelle pagine che seguono Nando Sigona, uno studioso di politiche sociali che da anni frequenta i Rom di Napoli e che, insieme a loro, si scontra con l’indifferenza e con le persecuzioni che li opprimono. Il metodo di Sigona è semplice e diretto. Partire dalla cronaca, da fatti accaduti a Napoli e quindi visti nel loro svolgimento, ed allargare intorno a ciascuno di essi, con la prudenza di chi è conscio del rischio, in varie serie di cerchi concentrici, il discorso: dall’atteggiamento diffidente del vicino di casa ai massacri dell’UCK, dai blitz di Vigili e Carabinieri alla guerra nei Balcani, da Bassolino a Clinton.
Il primo ostacolo è rappresentato dai nomi: Rom (come essi si chiamano) o Zingari? Oppure Nomadi? “Il problema – osserva Lewis Carroll in Alice nello specchio per bocca di Humpty Dumpty – è un altro: tutto sta nel capire chi è che ha in mano il potere sulle parole”. Nel caso dei nomi con cui vengono designati i Rom, non si tratta di una semplice etero-denominazione costruitasi nei secoli (come è il caso, per esempio, di Tedesco o German rispetto a Deutch). Ai Rom il potere su come essere chiamati è stato tolto molto tempo fa, e i nomi con cui vengono designati da noi – zingaro, nomade – sono pieni di disprezzo, sono di per se stessi contenitori di pregiudizio. Zingaro: sporco ed infido, come attestano innumerevoli modi di dire. Nomade: senza fissa dimora, incontrollabile, sfuggente, occulto. Questi termini esprimono un senso di pericolo e tradiscono propositi di emarginazione. La riconquista del potere sul nome, il termine Rom che loro, tutti, oggi pronunciano con semplicità ma anche con orgoglio e chiedono venga usato, ha implicato – come fu nel passaggio da nigger a nigro ablack ad Afroamerican, negli Stati Uniti – un impegno politico non da poco e una importante presa di coscienza.
Viene, a questo punto, da chiedersi quali siano le tendenze all’interno del mondo Rom e nelle organizzazioni internazionali volte a risolvere la complessa condizione di queste persone presenti in tanti paesi diversi. Le opinioni, anche all’interno dei circoli di intellettuali e dei politici Rom sono molte e contrastanti. Pesano le difficoltà, ancor oggi enormi, delle comunità Rom nel loro insieme a trovare l’unità che permetta un’efficace organizzazione politica: difficoltà ad organizzarsi che partono quasi sempre già dal piano locale. Malgrado il numero dei Rom nel mondo sia grande, si tratta sempre di piccoli gruppi di persone, sparsi tra i diversi continenti e muniti di infinite cittadinanze. Alcune comunità si trovano a dover condividere territori con gruppi in guerra tra loro, come è il caso dei Rom iugoslavi; altre, cacciate da dove avevano trovato rifugio temporaneo, sono costrette ad abitare in campi in cui i problemi più impellenti ed esclusivi sono rappresentati dalla sopravvivenza. e dalla difesa dalle leggi sull’immigrazione che continuamente mettono a repentaglio la possibilità di permanenza nel paese ospitante.
Anche le organizzazioni internazionali che cercano soluzioni, e che oggi contano un buon numero di rappresentanti Rom, spesso non sanno come muoversi.
Per esempio, scrive lo studioso Martin Kovats (2002): “il Consiglio d’Europa, nel definire la questione dei Rom come politica in senso specificamente etnico rischia di creare un nazionalismo in cui gli aspetti politici coinciderebbero con quelli culturali. […] Un nazionalismo Rom che, nel caso migliore, porrà ostacoli alla solidarietà dei non-Rom; e nel caso peggiore porterà ad instabilità e conflitti politici violenti. Le politiche riguardanti i Rom dovrebbero crescere dal basso e non venire imposte dall’alto, anche perché i Rom devono aver la possibilità di influenzare le autorità locali e nazionali le cui decisioni determinano i loro destini come cittadini di stati individuali […]. É dovere morale e legale di ciascuno stato provvedere meccanismi che permettano ai suoi cittadini di difendere i propri diritti indipendentemente da nazionalità ed appartenenza etnica”. Gli si contrappone Ivan Vesely (2002), presidente dell’Associazione Rom Dzeno: “Il movimento dei Rom non può trovare forza che attraverso un processo di presa di coscienza nazionale. Dobbiamo concentrarci su ciò che unisce i Rom ed aumenta il sentimento di compartecipazione”.
Se è difficile, come si vede, per i Rom capire come organizzarsi e quali politiche attuare, molto più difficile lo è per i non Rom che volessero partecipare al processo di liberazione dei Rom senza invadere il loro campo poiché essi, nel migliore dei casi, spesso si muovono tra totale ignoranza della questione, opinioni di seconda mano – spesso infondate – e pregiudizi. Difficile capire come sia meglio agire, quantomeno, senza procedere ad un’analisi approfondita di fatti obbiettivi. Questo è l’impegno, riuscito, di Sigona, che procedendo con fatti, con immagini vivaci, ricostruendo gli eventi, si limita ad approfondire la ricerca senza cadere in insegnamenti paternalistici ( molto comuni, invece, in altri libri) e lascia, così, che eventuali suggerimenti scaturiscano dal testo stesso. Figli del Ghetto rappresenta così una indispensabile guida per gruppi politici, per Ong e per singoli interessati alla questione.
Bibliografia
Kovats, M. (2002) “The European-level ‘Gypsy Question”, la versione inglese dell’articolo ricevuta dall’autore. University of Economics, Budapest
Voltaire (1970) “Pregiudizio” in Bonfantini, M. (a cura di), Dizionario filosofico, Milano: Mondadori pp. 541–545.
Vesely, I. (2002) “Where is the Power of the Romani Movement?”, Roma Rights, 1
Piero Colacicchi è stato presidente dell’Associazione per i Diritti delle Minoranze (ADM) e tra i fondatori del Co.na.R.eS. (comitato nazionale Rom e Sinti). Ha scritto su “Il Ponte”, “Senzaconfine”, “AUT AUT”, “Guerre e Pace”, “Roma Rights”. Suo il capitolo “Discriminazioni” ne “L’Urbanistica del Disprezzo” (a cura di Brunello, 1996) e la presentazione in “Romané Krlé”, Sensibili alle Foglie (1992), poesie di Rom in Italia.


